Quando a Cremona esisteva la pena di morte

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Impiccagioni e torture all’ombra del Torrazzo tra XIII e XIX secolo. Ancora oggi, sul lato nord del Battistero, sono visibili delle scritte incise nei mattoni di cotto: sono l'ultima testimonianza lasciata nei secoli dai condannati a morte 

Non sono molto note, in città, le vicende che riguardarono le condanne a morte eseguite  tra medioevo ed età moderna, compresa una storia, dai toni  macabri e misteriosi, legata   proprio alle esecuzioni capitali nella nostra città. Stando ad alcune fonti storiche locali, tra le quali Agostino Cavalcabò, nella strettoia compresa tra il Battistero e l’edificio sopra il Camposanto dei Canonici (detto anche Scarsella o Cappella di San Giovanni) vi era una struttura nella quale si dice venissero rinchiusi i condannati a morte: secondo alcuni era la parte ora mancante che annetteva la Scarsella al Battistero (demolita nel '500), mentre secondo altri si trattava di una gabbia che comprendeva la strettoia propriamente detta e lo spazio immediatamente antistante questa dalla parte di piazza Zaccaria, quando la Scarsella era già stata demolita (del punto in cui la capella si agganciava al Battistero rimane una traccia sul lato orientale dell'ottagono, prospiciente l’edificio sopra il cimitero dei Canonici, dove ancor oggi si nota un arco in pietra internato nel muro e sormontato dai segni di due spioventi). In ogni caso qui si dice si trovassero i condannati a morte, in attesa di essere trasferiti nella chiesa di S. Gerolamo dove passavano in preghiera l’ultima notte prima dell’esecuzione (segnalata dal lugubre suono della campana del palazzo Comunale la sera precedente, all’una di notte e all’alba).

La parte che univa il Battistero alla Cappella venne demolita verso la metà del XVI secolo (il Puerari spiega che se ne decurtarono ben sei braccia «per liberar il battistero d’intorno»); e nessuna traccia rimane di un’eventuale gabbia posizionata successivamente (la cui forma, anche se posta a terra, potrebbe verosimilmente essere ricollegabile a quella delle "gabbie della morte" che pendevano dalle torri di Bologna, Mantova ed altre città padane). Ma una testimonianza sembra comunque essere rimasta alla base dei lati orientale e sudorientale del Battistero (quindi dalla parte di Piazza Zaccaria). Osservando i mattoni vi si notano incise delle scritte: si dice che siano quelle lasciate nei secoli dai detenuti ivi rinchiusi. Tra quella ancora leggibili (altre sono irrimediabilmente sbiadite) vi sono semplici iniziali e firme per esteso assieme a numerose date: in una si legge chiaramente «1794», in un'altra «morto 17 agosto»; in altre ancora le date si spingono assai indietro, addirittura al 1300 ed oltre; contemporaneamente, vi si riconoscono anche i resti di alcune pesanti invettive alle autorità cittadine laiche e religiose: «cristalli di parole, l'ultima bestemmia detta», per dirla con La ballata degli impiccati di Fabrizio de Andrè.

Poco si sa comunque su questa struttura, giacché fra il XV e il XIX secolo più fonti (tra cui i documenti nell'Archivio dello stesso Comune) concordano nel posizionare le prigioni dentro palazzo Comunale, nell’ala compresa tra le attuali piazza Pace, via Lombardini e piazza Stradivari (detta in passato appunto “La Guardiola”, mentre al piano superiore erano l’alloggio del Giudice e il Tribunale). Sorvegliate da un Capitano e dai suoi uomini, assieme ad alcuni “Sbirri”, le prigioni contavano diversi locali, descritti dai documenti come angusti, bui e maleodoranti (tramanda Agostino Cavalcabò come spesso si tardasse a cambiare la paglia della lettiera, costringendo i condannati a vivere tra fetidi miasmi e spesso digiuni). Sul lato di piazza Stradivari (dove ora si trovano gli uffici di Spazio Comune) c’era l’ingresso, sormontato da un porticato con una trave alla quale venivano appesi i detenuti durante le torture. Sino al XVI secolo circa, le esecuzioni si tenevano nella piazzetta davanti alla chiesa di S. Erasmo (ora non più esistente) nella contrada che ancor’oggi porta quel nome, situata in fondo a via Palio dell’Oca. Per i condannati cremonesi il "miglio verde" era ben più lungo di quello dell'omonimo film. Essi raggiungevano la forca in una pittoresca processione che partiva dalla prigione (ed alla quale prendevano parte, oltre agli sbirri, anche il podestà ed altre autorità), passava dalla chiesa di S. Girolamo (via Sicardo), e si snodava poi attraverso il “Vicolo degli Impiccati” (detto Stricta de Apichatis, continuazione ora soppressa del vicolo S. Girolamo verso via Platina - segnata in rosso nella pianta a fianco), le attuali via XI Febbraio, via Manini e via S. Erasmo, sino al piazzetta dinanzi alla chiesa. Dal ‘600 circa il patibolo risulta invece collocato nell’attuale piazza Stradivari, davanti alla Torre del Capitano (ancora visibile, inglobata nell’edificio dell’ex Casa di Bianco). Lo spostamento del capestro si intuisce anche dal “cambio di residenza” del Boia, situata sino alla metà del ‘500 in via Palio dell’Oca (che si chiamava appunto “Contrada del Carnefice”) e trasferita nel 1560 circa in alcuni locali sopra la Sala del Consiglio di Palazzo Comunale. Al proposito, il Cavalcabò riporta un fatto curioso: sembra infatti che quei locali fossero totalmente sprovvisti di servizi igienici, perché in una supplica datata 1569 (conservata tra i documenti del Comune) alcuni vicini, stufi di prendersi in testa ogni tanto i bisogni del Boia (che «gittava a basso la fece et altre sporchizie»), pregavano vivamente la Magnifica Comunità di trasferirlo altrove. Non si sa se fosse per questo o per il fatto che il Boia è in effetti un vicino sempre alquanto "scomodo", fattostà che la sua dimora fu in seguito destinata a spostarsi ancora varie volte: dapprima in via Cadore e, dal XVIII secolo, in via Grado, in una comoda abitazione a due piani quasi all'incrocio tra le vie Bissolati e dellla Torre).

Alla Confraternita della Beata Vergine della Misericordia e di San Giovanni Decollato, fondata nel 1436 e con sede nella chiesa di S. Girolamo, era affidata l’assistenza ai condannati a morte, incluso l’accompagnamento al patibolo (in veste bianca e a volto coperto) e la sepoltura, che avveniva nel Sepolcro detto “dei Francesi”. Gli impiccati invece avevano una sepoltura “speciale”, dapprima nel sepolcro sotto il cortiletto ai piedi del Torrazzo (detto appunto il Campo Santo) e, una volta pieno verso la seconda metà del ‘600, nella cappella della chiesa di S. Girolamo (il luogo è indicato da una lastra marmorea ancor oggi visibile e per questo la chiesa veniva detta anche “degli impiccati”).

Annota Agostino Cavalcabò che un elenco completo dei giustiziati a Cremona non è stato tramandato, ma, stando ai documenti, sembra che le esecuzioni fossero assai frequenti (l’ultima registrata nelle delibere è datata il 30 novembre del 1827 e venne eseguita sugli spalti delle mura di via Pedone) e, in molti casi, anche alquanto crudeli. Dai documenti risulta come ancora tra ‘500 e ‘600 i condannati, oltre che impiccati, venissero anche decapitati, bruciati («arsi al focho»), fatti a pezzi («tenayati et squartati») pare iniziando dai piedi perché soffrissero di più, o giustiziati tramite fratture multiple causate da una ruota («arrotati»). Per lo più si trattava di assassini, banditi o seviziatori. Ma è riportato qualche caso singolare come quello di tali Domenico C. e Andrea D., mandati a morte perché sorpresi in comagnia di una donna vestita da uomo. Severe erano anche le pene che si rischiavano per reati “minori”: dalla documentazione d'archivio si viene a sapere come nel 1505 venisse «cavato un ogio» ad un tizio colpevole di furto; mentre per calunnie pubbliche di una certa gravità era «schiapata (tagliata) la lengua con una forbesina». E talvolta, se il trapasso rappresentava l'ultimo patimento per l'anima, altrettanto non era per il corpo. Per intimorire il popolo, infatti era frequente l'esposizione dei cadaveri al pubblico. Capitava così che gli impiccati fossero appesi due volte, o che ne venissero dilaniate le membra per essere messe a penzolare in un luogo diverso dal supplizio, a volte nelle contrade dove risiedeva il giustiziato perché fosse d’ammonimento. Ma soprattutto era la Piazza Piccola (la Platea Minor o Platea Capitanei, attualmente Stradivari) ad essere designata, per ovvie ragioni, all'esposizione dei corpi, offrendo uno spettacolo certo raccapricciante per i passanti, come raccapricciante, nella sua essenzialità, era la dicitura usata per indicare le esecuzioni nelle delibere del Consiglio della Magnifica Comunità di Cremona: «oggi forca».

di Michele Scolari
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